2 Passi, 1 bambina al seguito, menti aperte e rose di 100 anni

L'idea di passeggiare per Verona non ha molto di eccezionale, né posso fa passar l'iniziativa come alternativa, per una serie di motivi: Verona si annovera fra le 5 città più visitate d'Italia - io in realtà a volte non mi spiego il perché di tanto successo; è da sempre una delle tappe del Gran Tour, tradizione che permane e attraversa secoli; l'amore, felice o tragico, fa sempre marketing, come la nostalgia ultimamente, per cui Giulietta e Romeo sono un mito intramontabile; oltralpe Verona rappresentata la Bella Vita all'italiana. 
    Io arrivo a Verona in pianta stabile nel 2016, con un carico di scetticismo che fatico a scrollarmi di dosso. Nei primi anni di questo soggiorno, a seguito di un trasferimento che rappresenta una scelta da me subita più che deliberata, non mi occupo della città, la snobbo pensando che il bello appartiene ad altri luoghi, che tutto ciò che mi circonda è perfino banale. Visito poco della città e quando accade è controvoglia, con aria di sufficienza e spirito ipercritico.
Alla fine ho l'impressione, falsata da un punto di vista non obbiettivo, che oltre all'Arena e al balcone di Giulietta poco rimanga da visitare.
Il tempo passa e, contrariamente a quando si dice riguardo al fatto che le persone non cambiano, io invece ho dovuto arrendermi e rivedere la mia posizione rispetto all'immagine che di Verona avevo sempre avuto, almeno fin lì.
    I bambini hanno molti doni, legati all'età, alla forma mentis, a quel legame con un mondo puro delle idee che nel tempo spesso va persi, parzialmente o del tutto. 
La cinquenne, mia figlia, accoglie l'idea di fare una bella gita a Verona, alla scoperta di percorsi magici e insoliti, accompagnata, come una professionista da binocolo ( di cui ne ignoro l'utilità in questo frangente) e una quantità improbabile di macchine fotografiche. Partiamo un pomeriggio poco assolato, sullo sfondo di un cielo" grigetto" ma con un clima clemente e tiepido, alla volta di Borgo Trento, quartiere a nord di Verona, accompagnate da 3 macchine fotografiche tutte scariche di batteria fatta eccezione per una, la più vecchia. Poco importa, la cinquenne sostiene che farà foto bellissime e io non posso fare altro che fidarmi e assecondare.
    Borgo Trento è una quartiere residenziale, defilato dagli itinerari battuti, ma proprio dove la bellezza non viene sbattuta in faccia sul catalogo dell'offerta turistica commerciale, lì forse si insinua uno degli aspetti autentici della città.
La cinquenne si appassiona all'aspetto floreale che lì si può sperimentare a tutto tondo: infatti il quartiere ha molti giardini e aree verdi, ad uso privato delle residenze storiche, giardini che si intravedono dalle alte cancellate decorate con motivi di pregio. I fiori sono anche la nota stilistica che caratterizza il periodo storico del quartiere. Borgo Trento risale ai primi anni del '900, in pieno stile Art Nouveau, o stile Liberty. Gli elementi artistici del periodo sono riconoscibile in quanto caratterizzati da motivi a  foglie, fiori, rami stilizzazi, ampiamente apprezzati dalla Cinquenne che adora le "grechine di fiorellini". E mentre osserviamo e lei fotogra le facciate monumentali, l'immaginazione galoppa. Osserviamo i gatti, randagi e non, che vivono immersi un un contesto signorile, e alla fine anche loro sembrano meno randagi. Ma la nostra attenzione, la sua più che altro, ricade sugli affreschi, di grande pregio e raffinatezza, che adornano la facciata di uno di questi palazzotti. È una ghirlanda e mo' di greca  di rose rosse e foglie che il tempo non ha invecchiato e "appassito" poi tanto; il colore si è conservato quasi intatto per essere un rosario di 100 anni e più.
La Cinquenne trova inspirazione e la rosa si antropomorfizza.

    C'era una volta, ma forse c'è ancora, una rosa bella quanto arrogante. Essendo uno fra i fiori più famosi in natura e  il fiore più scelto per mazzolini, decorazioni, regali, si vantava di non aver bisogno di nessuno. In inverno i fiori, cactus compreso, si aiutavano a vicenda, stringendosi gli uni con gli altri, per combattere il freddo. E tutti lo facevano, dai fiori più delicati come il gelsomino, agli alberi, grandi e possenti, ma anche il cactus che odiava l'inverno, compresi quelli sui terrazzi. Con il primo grande gelo della stagione, il cactus, che aveva accumulato abbastanza acqua al suo interno e aveva il terrore di rimanere congelato, riuniva tutti i fiori del vicinato, nonostante le spine respingenti. Così il giardino sopravviva al clima freddo, al gelo stagionale e a morte certa. Ma la rosa, all'invito del cactus, si era rifiutata, non voleva condividere, né essere aiutata. Con grande stupore delle altre piante e fiori. Fu così che in quell'inverno la rosa perse i suoi petali che caddero a terra. In segno della sua vanità e a monito per gli altri fiori, l'immagine della rosa fu riportata sulla facciate del palazzo, fu ritratta come motivo floreale un po' ad abbellimento ma soprattutto perché era uno dei fiori più belli, perché era sparita dal giardino e così era rimasta pietrificata, ma splendida e visibile a tutti nel tempo.

La rosa che si era umanizzata, diviene oggetto ed emblema di una storia, segno del cambiamento, del pentimento  e di un modo si vedere le cose che può cambiare e assumere sfumature desuete, inaspettate.
Questa storia è originale e tratta dalla narrazione di una Cinquenne.




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